Perché scegliamo sempre lo stesso tipo di partner?
Maurizio Rabuffi - ven 09 ott - psicoterapia , milano , cologno monzese , coppia , schema therapy , edmr
Gli schemi che guidano l’attrazione spiegati attraverso la Schema Therapy
Una storia finisce e ci promettiamo che la prossima volta sarà diverso. Poi arriva qualcuno che sembra nuovo, e dopo qualche mese la scena è la stessa: la stessa distanza, la stessa attesa, lo stesso dolore. Non è sfortuna, e quasi mai è una scelta consapevole. È qualcosa di più antico.
Una storia che si ripete
Chiara ha trentaquattro anni e ha appena chiuso una relazione con un uomo affascinante e sfuggente: presente quando voleva lui, irraggiungibile quando lei aveva bisogno. Si era detta: «Mai più uno così». Sei mesi dopo conosce Marco. È brillante, la fa ridere, la cerca con intensità; poi, all’improvviso, sparisce per qualche giorno. Chiara sente lo stomaco chiudersi, controlla il telefono, si chiede che cosa abbia sbagliato. E intanto ne è sempre più attratta.
Chiara è un personaggio di fantasia, costruito su tratti che chi fa il lavoro di psicoterapeuta incontra spesso. La domanda che si pone, però, è reale e molto comune: perché finisco sempre con lo stesso tipo di persona?
Non è sfortuna: è familiarità
Siamo abituati a pensare all’attrazione come a qualcosa di misterioso, una chimica che accade e basta. In parte è così. Ma quella chimica non nasce dal nulla: spesso è il segnale che abbiamo riconosciuto qualcosa di noto.
La mente tende a preferire ciò che conosce, anche quando ciò che conosce fa male. Il familiare è prevedibile, e il prevedibile, per una parte di noi, è più rassicurante dell’ignoto. Così, senza accorgercene, ci avviciniamo alle persone che riaccendono un clima emotivo già vissuto: spesso il primo che abbiamo conosciuto, quello dell’infanzia.
Che cosa sono gli schemi
La Schema Therapy, sviluppata dallo psicologo statunitense Jeffrey Young, offre una spiegazione precisa di questo meccanismo. Il suo concetto centrale è lo schema maladattivo precoce: un intreccio di ricordi, emozioni, sensazioni corporee e convinzioni su di sé e sugli altri che si forma quando, da bambini, alcuni bisogni fondamentali non vengono soddisfatti a sufficienza.
Sono bisogni universali: sentirsi al sicuro e legati a qualcuno, essere accettati per ciò che si è, sviluppare autonomia, poter esprimere ciò che si prova, avere limiti chiari e realistici. Quando mancano in modo ripetuto, il bambino trae delle conclusioni che lo aiutano a orientarsi: «le persone che amo se ne vanno», «i miei bisogni non contano», «c’è qualcosa di sbagliato in me».
Da adulti, quelle conclusioni non ci sembrano idee: ci sembrano la realtà. Funzionano come lenti colorate che non sappiamo di portare: non vediamo le lenti, vediamo il mondo del loro colore.
La chimica dello schema
Young e la collega Janet Klosko hanno descritto un fenomeno che chiamano chimica dello schema: proviamo l’attrazione più forte proprio verso le persone che attivano i nostri schemi. Il partner che al primo incontro ci fa sentire «a casa» è spesso quello che, con il tempo, ci farà rivivere le stesse ferite. Le ragioni sono almeno tre.
- Conferma. Come ogni convinzione profonda, lo schema cerca ciò che lo conferma. Un partner che ci tratta come ci aspettiamo di essere trattati ci dà, paradossalmente, una sensazione di coerenza.
- Intensità. Quando uno schema si attiva produce emozioni forti, come ansia, desiderio e attesa, che è facile scambiare per passione.
- Speranza di riparazione. Una parte di noi spera che questa volta vada diversamente: che la persona distante si avvicini, che quella critica finalmente ci approvi. È il tentativo di riscrivere la vecchia storia con un nuovo protagonista, ma con lo stesso copione.
Alcuni copioni frequenti
Young ha descritto diciotto schemi. Alcuni compaiono con particolare frequenza nelle relazioni di coppia:
| Schema | Il partner che attrae | La scena che si ripete |
|---|---|---|
| Abbandono | Sfuggente, imprevedibile, a tratti irraggiungibile | Ansia, attesa, controllo del telefono, paura costante di essere lasciati |
| Deprivazione emotiva | Freddo, poco espressivo, concentrato su di sé | Sentirsi soli anche in coppia e non riuscire a chiedere |
| Sfiducia e abuso | Ambiguo, svalutante, a volte manipolatorio | Stare sempre in guardia, essere feriti e poi tornare |
| Inadeguatezza e vergogna | Critico, esigente, difficile da soddisfare | Inseguire un’approvazione che non arriva mai del tutto |
| Sottomissione e autosacrificio | Dominante, oppure fragile e bisognoso di essere salvato | Rinunciare ai propri bisogni e accumulare un rancore silenzioso |
La tabella non ha valore clinico: serve solo a riconoscere alcuni pattern familiari. Spesso, inoltre, gli schemi si combinano tra loro.
Anche fare l’opposto può ripetere il copione
Davanti a uno schema reagiamo in tre modi, che la Schema Therapy chiama stili di coping. Possiamo arrenderci, scegliendo partner e situazioni che lo confermano, come fa Chiara. Possiamo evitarlo: niente legami profondi, relazioni brevi, il lavoro o gli impegni sempre al primo posto, così che la ferita non venga mai toccata. Oppure possiamo ipercompensarlo, facendo l’opposto in modo rigido: chi teme di essere controllato controlla, chi si è sentito trascurato pretende un’attenzione continua.
Per questo a volte il cambiamento è solo apparente. Chi, dopo una serie di partner sfuggenti, sceglie una persona di cui non è davvero innamorato «perché almeno non se ne andrà», non è uscito dallo schema: lo sta ancora usando come bussola, solo al contrario.
Quando il partner giusto sembra noioso
C’è un paradosso che sorprende molte persone. Quando incontrano qualcuno che non attiva i loro schemi, una persona presente, coerente e rispettosa, la prima reazione può essere la tiepidezza: «È carino, ma non scatta niente». L’assenza di ansia viene scambiata per assenza di desiderio.
Young suggeriva di non scartare subito chi suscita un’attrazione moderata, se per il resto ci fa stare bene: l’intimità che nasce dalla sicurezza ha bisogno di più tempo per farsi sentire di quella che nasce dall’allarme. All’inizio la calma può sembrare piatta. Con il tempo si scopre che è spazio.
Tre domande per riconoscere il proprio copione
Prenditi qualche minuto, magari con carta e penna. Non serve trovare subito le risposte giuste: basta osservare che cosa affiora.
- Ripensa alle relazioni che ti hanno fatto soffrire di più. Che cosa si ripete: il modo in cui iniziano, il modo in cui ti fanno sentire, il modo in cui finiscono?
- Quell’emozione ti è familiare? Prova a ricordare un momento della tua infanzia in cui ti sei sentito o sentita nello stesso modo. Chi c’era, e che cosa ti mancava?
- Quando qualcuno ti attrae molto, e subito, che cosa ti promette quella sensazione? E che cosa ti ricorda?
Se le risposte disegnano un filo comune, quel filo ha probabilmente un nome. Riconoscerlo è il primo passo.
Come se ne esce
Capire da dove viene uno schema aiuta, ma raramente basta. Molte persone sanno perfettamente perché scelgono certi partner, e continuano a sceglierli. Lo schema non vive nel ragionamento: vive nelle emozioni e nel corpo, e si attiva prima che la mente faccia in tempo a intervenire.
Per questo la Schema Therapy lavora anche sul piano emotivo ed esperienziale. Attraverso le tecniche immaginative si torna alle scene in cui lo schema si è formato e si dà spazio ai bisogni rimasti senza risposta. Con il dialogo tra le diverse parti di sé si impara a riconoscere la voce che dice «non meriti di più» e a risponderle. La relazione con il terapeuta diventa un luogo in cui fare esperienza, nei limiti del contesto terapeutico, di ciò che allora è mancato. Quando nella storia ci sono esperienze traumatiche, il lavoro può integrarsi con approcci centrati sul corpo e sulla memoria, come l’EMDR.
L’obiettivo non è smettere di provare attrazione, né scegliere il partner a tavolino. È riconoscere la vecchia musica quando ricomincia a suonare, e avere finalmente la libertà di non ballarla.
E Chiara?
Chiara sente ancora quella stretta allo stomaco quando qualcuno si allontana. Ma ha imparato a riconoscerla: non come il segno di un grande amore, bensì come la voce di una bambina che aspettava qualcuno che non arrivava. A volte, quando la riconosce, sceglie di aspettare prima di inseguire. E in quello spazio, per la prima volta, c’è posto anche per lei.
Se ti sei riconosciuto o riconosciuta in queste righe, un primo colloquio può essere l’occasione per dare un nome al tuo copione e capire insieme se e come lavorarci.
Per approfondire
Young, J. E., & Klosko, J. S. (1993). Reinventing your life. New York: Dutton. Trad. it.: Reinventa la tua vita. Milano: Raffaello Cortina.
Young, J. E., Klosko, J. S., & Weishaar, M. E. (2003). Schema therapy: A practitioner’s guide. New York: Guilford Press.
Questo articolo ha scopo informativo e non sostituisce una valutazione clinica individuale.
Maggiori informazioni sugli schemi relazionali e sulla Schema Therapy.
Maurizio Rabuffi, Psicologo - Psicoterapeuta a Milano e Cologno Monzese
Psicologo - Psicoterapeuta a Milano e Cologno esperto nel trattamento degli schemi relazionali disfunzionali attraverso la Schema Therapy.
Maurizio Rabuffi, Psicologo - Psicoterapeuta di Milano è un consulente professionista che aiuta le persone a riconoscere e modificare i propri schemi relazionali disfunzionali. Grazie all'intervento da lui offerto nei suoi studi, alla conoscenza e all'esperienza maturata, i pazienti potranno sviluppare modalità più consapevoli e funzionali di vivere le relazioni. Lo Psicologo - Psicoterapeuta di Milano è iscritto all'Albo degli Psicologi della Lombardia (Sezione A, nr. 18441). Nel corso degli studi ha approfondito gli aspetti teorici e metodologici della Programmazione Neuro-Linguistica (PNL), dello Psicodramma Moreniano, della Mindfulness, dell'Eye Movement Desensitization and Reprocessing (EMDR), della Schema Therapy, dell'Emotionally Focused Couples Therapy, dell'Ipnosi Ericksoniana, dell'Ipnosi Regressiva, della Psicoterapia Sensomotoria e della Psicologia Aumentata.
Può essere contattato per un percorso di psicoterapia al numero 3479013916 oppure via mail scrivendo a info@rabuffi.it.
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