Una parte di me vorrebbe, un’altra no: l’Internal Family Systems nel trattamento del disagio psicologico

Una parte di me vorrebbe, un’altra no: l’Internal Family Systems nel trattamento del disagio psicologico

Maurizio Rabuffi - lun 07 set - psicoterapia , milano , cologno monzese , ansia , dipendenze , rabbia

Capita quasi ogni giorno, in seduta, di ascoltare una frase costruita così: «Una parte di me vorrebbe lasciarlo, un’altra non ce la fa». Oppure: «So che dovrei riposare, ma qualcosa dentro di me non me lo permette». Sono espressioni che usiamo tutti, senza pensarci, e che di solito consideriamo un modo di dire. L’Internal Family Systems (IFS) le prende alla lettera.

Richard C. Schwartz, uno psicoterapeuta formato alla terapia familiare sistemica, negli anni ottanta si accorge che i suoi pazienti descrivono il loro mondo interno con lo stesso lessico con cui si descrivono le famiglie. Alleanze, esclusioni, ruoli irrigiditi, membri che non si parlano da anni. Schwartz applica allora al mondo interno gli strumenti che aveva imparato a usare con i sistemi familiari. Il risultato è un modello che oggi ha una diffusione internazionale rilevante e una base di ricerca in crescita.

La mente come sistema, non come unico blocco

Il primo assunto dell’IFS è che la molteplicità psichica sia normale, non patologica. Non abbiamo un Io compatto occasionalmente disturbato da conflitti: abbiamo un sistema interno abitato da parti, sottopersonalità dotate di una propria età, di una propria storia, di intenzioni proprie e spesso di una precisa firma corporea — il nodo alla gola, il peso sullo sterno, la tensione alla mandibola.

Il secondo assunto è quello clinicamente più fecondo, e anche il più controintuitivo: non esistono parti cattive. Esistono parti costrette in ruoli estremi da esperienze che non potevano essere elaborate quando sono accadute. Il critico interno che demolisce ogni tentativo non odia la persona: sta cercando, con gli strumenti rozzi di cui dispone, di evitarle un’umiliazione già conosciuta.

Esuli, manager, vigili del fuoco

Il modello descrive tre configurazioni ricorrenti.

Gli esuli sono le parti giovani che portano il carico dell’esperienza dolorosa: vergogna, terrore, solitudine, la convinzione nucleare di non valere o di essere irrimediabilmente sbagliati. Il sistema le tiene lontane dalla coscienza perché il loro dolore è percepito come insostenibile.

I manager sono i protettori proattivi. Organizzano la vita perché quel dolore non affiori: perfezionismo, controllo, ansia anticipatoria, ipercriticismo, compiacenza, ipervigilanza relazionale, razionalizzazione infinita. Molti dei nostri pazienti più «funzionanti» sono governati quasi interamente da manager efficientissimi e sfiniti.

I vigili del fuoco sono i protettori reattivi. Entrano in scena quando l’esule irrompe comunque e occorre spegnere l’incendio emotivo il più in fretta possibile, senza riguardo per le conseguenze: uso di alcol o di sostanze, gioco d’azzardo, condotte alimentari disregolate, scoppi di rabbia, condotte impulsive, ritiro dissociativo.

Da qui deriva una riformulazione che, nel lavoro clinico, cambia molto: il sintomo non è un guasto del sistema, è il tentativo di soluzione di qualcuno dentro il sistema. Attaccarlo frontalmente significa quasi sempre allearsi con una parte contro un’altra, e ottenere in cambio un irrigidimento.

Il Sé: ciò che non si è rotto

L’elemento che distingue l’IFS da altri modelli delle parti è l’ipotesi del . Non una parte tra le parti, ma il centro della persona: una qualità di presenza che, secondo il modello, non viene danneggiata dal trauma o da qualsiasi cosa accade, ma solo oscurata.

Schwartz la descrive attraverso le cosiddette 8C: calma, chiarezza, curiosità, compassione, coraggio, creatività, connessione, fiducia. Sono qualità che il paziente riconosce quasi sempre per esperienza diretta, non per definizione: succede quando, dopo aver lavorato per settimane con una parte che lo terrorizzava, dice «adesso mi fa quasi tenerezza».

La conseguenza operativa è netta: il Sé non va costruito, va reso accessibile. Il lavoro non consiste nell’aggiungere risorse dall’esterno, ma nell’ottenere che le parti facciano un passo indietro — il separarsi o unblending — abbastanza da lasciare spazio a una presenza che era già lì.

Come si lavora, in concreto

La sequenza classica del modello è mnemonica (le 6F, nella versione originale) e nella pratica si articola così: trovare la parte, nel corpo o nell’immagine; focalizzare l’attenzione su di essa; darle corpo, precisandone forma, età, tono; verificare come ci si sente verso di lei — è questo il passaggio decisivo, perché se la risposta è fastidio o paura significa che a rispondere è un’altra parte, che va a sua volta ascoltata; entrare in relazione con essa; e infine esplorarne le paure: che cosa teme che accadrebbe se smettesse di fare il suo lavoro.

Solo quando i protettori concedono il permesso — mai forzandolo — si accede all’esule. Lì il lavoro consiste nel testimoniare la sua storia, nel recuperarlo dal tempo e dal luogo in cui è rimasto, e nell’accompagnare la restituzione del fardello che porta: convinzioni, emozioni e sensazioni che non gli appartenevano e che ha assorbito in un momento in cui non aveva alternative. Al posto lasciato libero si invitano le qualità che la parte sceglie di accogliere.

Perché è utile l’IFS nel trattamento del disagio psicologico

Sul piano clinico l’IFS produce alcuni effetti particolarmente preziosi.

Trasforma la guerra interna in negoziato. Molta sofferenza psicologica non nasce dal sintomo, ma dalla lotta contro il sintomo. Quando le parti smettono di essere nemiche, la tensione si allenta e la persona inizia a percepire di stare meglio.

Ridimensiona la vergogna. La domanda si sposta da «che cosa non funziona in me» a «chi, dentro di me, sta cercando di proteggermi, e da cosa». È un passaggio che restituisce dignità alla storia della persona.

Rende lavorabile l’ambivalenza. L’ostacolo classico di ogni terapia — la parte che sabota il cambiamento — nel modello non è resistenza da superare, ma un interlocutore da ascoltare. Di solito ha ragioni ottime e antiche.

Si presta bene al trauma relazionale e complesso, dove i sintomi sono adattamenti intelligenti a contesti in cui non c’erano scelte migliori, e dove approcci esclusivamente centrati sul sintomo tendono a incontrare un muro.

Ansia, depressione, dipendenze: la stessa mappa sui quadri più frequenti

Le etichette con cui le persone arrivano in studio — «ho l’ansia», «sono depresso», «non riesco a smettere» — descrivono bene la sofferenza e piuttosto male la sua struttura. Ecco come il modello le rilegge.

Ansia e attacchi di panico. L’ansia generalizzata è quasi sempre lavoro di manager: parti che anticipano ogni scenario, controllano, verificano, provano a rendere prevedibile un mondo che ha già dimostrato di non esserlo. Non vanno zittite, vanno interrogate sul pericolo che credono di dover difendere. L’attacco di panico segnala invece l’irruzione improvvisa di un esule terrorizzato, con il corpo che risponde come se la minaccia fosse nel presente. Nell’ansia sociale il protettore lavora a ridosso di un esule che porta vergogna: il timore del giudizio è il timore di un’esposizione già subita.

Depressione. Qui la lettura per parti è particolarmente utile, perché quadri clinicamente simili hanno assetti interni diversi. In alcuni casi la chiusura depressiva è essa stessa protettiva: una parte abbassa gli investimenti, spegne desiderio e progettualità, e così mette al riparo da delusioni che sembrano inevitabili. In altri casi prevale il fardello di un esule che ha allagato il sistema, con il suo senso di indegnità e di irrimediabilità. Distinguere i due assetti cambia il lavoro: nel primo si negozia con un protettore esausto, nel secondo si testimonia una storia.

Uso di sostanze e dipendenze. È il terreno su cui il modello mostra la sua utilità più evidente. Alcol, sostanze, gioco d’azzardo, compulsioni sono per definizione azioni dei vigili del fuoco: parti incaricate di interrompere in fretta un dolore percepito come intollerabile. Ne consegue che la lotta frontale contro il comportamento — la sola volontà, il solo controllo esterno — tende a produrre oscillazioni, perché lascia intatto ciò che quella parte sta spegnendo. Il lavoro consiste nel riconoscerne la funzione, nel ridurne l’urgenza rendendo sostenibile ciò che protegge, e nel proporle un ruolo diverso. Va detto con chiarezza che nelle dipendenze conclamate questo lavoro si colloca dentro un percorso integrato, spesso multidisciplinare, e non lo sostituisce.

Autocritica, vergogna, perfezionismo, burnout. Il critico interno è il manager più diffuso e il più frainteso: attaccarlo lo rinforza, perché conferma la sua convinzione di essere l’unico argine al disastro. Quando la persona riesce ad ascoltarne la paura del critico invece di combatterlo, il protettore si rilassa aprendo lo spazio alla vulnerabilità.

Rabbia e discontrollo. Gli scoppi di rabbia che la persona non riconosce come propri — «non ero io» — sono tipicamente reattivi: proteggono un esule umiliato o impotente, e la loro intensità è proporzionata a ciò che sta sotto. Il solo lavoro sulla regolazione non basta. Respiro, time-out, gestione dell’attivazione insegnano a trattenere l’onda, non a disinnescarla, perché lasciano intatta la ragione per cui il protettore interviene. Il risultato tipico è un contenimento temporaneo: il sintomo riemerge più intenso, oppure si sposta altrove. Le abilità di regolazione restano preziose come impalcatura — rendono il lavoro praticabile e sicuro — ma sono il presupposto del trattamento, non il trattamento: la rabbia si placa quando la parte che difende non ha più bisogno di difendere.

Difficoltà relazionali e dipendenza affettiva. Compiacenza, iper-adattamento, incapacità di dire no e terrore dell’abbandono formano una coppia riconoscibile: un manager che si annulla per non perdere il legame e un esule che è già stato lasciato una volta. Finché il protettore non si sente ascoltato, ogni proposito di «mettere confini» resterà lettera morta.

Sintomi post-traumatici, intrusioni, dissociazione. Iperattivazione, evitamento, ottundimento e distacco sono da leggere come una divisione del lavoro fra parti che sorvegliano, parti che anestetizzano e parti che portano il ricordo. Questa lettura orienta il ritmo del trattamento, e in particolare il momento in cui l’elaborazione può cominciare senza travolgere il sistema. In tutti questi quadri la domanda operativa resta la stessa: chi, dentro il sistema, sta facendo questo lavoro, e da che cosa sta cercando di proteggere la persona?

In conclusione

L’idea che dentro ciascuno di noi abiti un mondo intero — una famiglia intrapsichica, con la sua storia, le sue alleanze e i suoi esclusi — non è una metafora consolatoria: è un’ipotesi di lavoro che permette di trattare il sintomo come un messaggero anziché come un nemico. È questo il punto in cui molti pazienti smettono di combattersi, e da lì, di solito, la terapia comincia davvero.

Riferimenti essenziali

Schwartz, R. C., & Sweezy, M. (2020). Internal Family Systems Therapy (2ª ed.). New York: Guilford Press.

Schwartz, R. C. (2021). No Bad Parts. Boulder: Sounds True.

Shadick, N. A., Sowell, N. F., Frits, M. L. et al. (2013). A randomized controlled trial of an Internal Family Systems-based psychotherapeutic intervention on outcomes in rheumatoid arthritis: a proof-of-concept study. The Journal of Rheumatology, 40(11), 1831–1841.

Hodgdon, H. B., Anderson, F. G., Southwell, E., Hrubec, W., & Schwartz, R. (2021). Internal Family Systems (IFS) therapy for posttraumatic stress disorder (PTSD) among survivors of multiple childhood trauma: a pilot effectiveness study. Journal of Aggression, Maltreatment & Trauma.

Joss, D., Comeau, A., Chevannes, R. et al. (2026). A randomized controlled trial of an online group-based Internal Family Systems treatment for posttraumatic stress disorder: the PARTS study. Psychological Trauma: Theory, Research, Practice, and Policy (advance online publication).

Maggiori informazioni su come affrontare i disagi psicologici.

Maurizio Rabuffi, Psicologo - Psicoterapeuta a Milano e Cologno Monzese

Psicologo - Psicoterapeuta a Milano e Cologno esperto nel trattamento del disagio psicologico attraverso l'Internal Family Systems (IFS).

Maurizio Rabuffi, Psicologo - Psicoterapeuta di Milano è un consulente professionista che aiuta le persone a affrontare i conflitti interiori e diverse forme di sofferenza psicologica. Grazie all'intervento da lui offerto nei suoi studi, alla conoscenza e all'esperienza maturata, i pazienti potranno comprendere la funzione di sintomi e comportamenti, trasformando la lotta interna in un dialogo tra le diverse parti di sé. Lo Psicologo - Psicoterapeuta di Milano è iscritto all'Albo degli Psicologi della Lombardia (Sezione A, nr. 18441). Nel corso degli studi ha approfondito gli aspetti teorici e metodologici della Programmazione Neuro-Linguistica (PNL), dello Psicodramma Moreniano, della Mindfulness, dell'Eye Movement Desensitization and Reprocessing (EMDR), della Schema Therapy, dell'Emotionally Focused Couples Therapy, dell'Ipnosi Ericksoniana, dell'Ipnosi Regressiva, della Psicoterapia Sensomotoria e della Psicologia Aumentata.


Può essere contattato per un percorso di psicoterapia al numero 3479013916 oppure via mail scrivendo a info@rabuffi.it.

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